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UNO SQUARDO ALLA STORIA DEGLI EBREI A SIRACUSA                                   n.2 e seg.

DALLA PREISTORIA AD OGGI                                                                                          

 

Gli scritti degli storici greci e romani, il credo religioso e i simboli, la lingua, l’archeologia, lo studio degli usi e dei costumi, dell’istituto familiare e sociale, delle sepolture, lo stesso nome dato alla città Syrakosion, che i greci conservarono e incisero sulle loro monete, certificano con chiarezza che i primi abitatori del territorio siracusano furono un popolo di origine semitica, i siculi, i quali appartenevano al ceppo di Sem, figlio di Noè. Ceppo, che nei secoli si era mantenuto più fedele agli statuti divini come contenuti nella Bibbia, come tramandati dai Patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, da Mosè fino a Malachia. E col nome di semiti fu chiamato anche il complesso etno-linguistico del vasto territorio dell’Asia.

I greci, quando giunsero in Sicilia trovarono, come leggiamo nei lori testi, un popolo progredito, laborioso, di grande conoscenza, che rendeva l’isola ancora più ricca di quanto la natura l’avesse già dotata e quindi luogo di conquista e dominio da parte dei greci, come avvenne dal 734 a.C. al 212 a.C. 

Da loro appresero,elaborandola secondo le loro usanze, la concezione di vita e di governo,

che permise ad essi di diventare potenti per mare e per terra da sfidare Cartagine e Roma in un susseguirsi di guerre, che portò Siracusa sotto il dominio dei romani per lungo tempo, e ancora sotto la potestà di altri popoli, di altre civiltà.

Siracusa subì l’invasione di barbari ribellatisi a Roma, di vandali, goti, ostrogoti, e infine longobardi, che furono cacciati dai bizantini.

Ed è sotto il governo bizantino, come sotto quello dei romani, che abbiamo notizie relative ad una consistente comunità ebraica a Siracusa sulle balze dell’Acradina, a seguito di una istanza presentata nel 655 alle autorità ecclesiastiche per ottenere licenza a ricostruire la sinagoga distrutta dai vandali.

La conquista araba dell’isola iniziata nell’831 pose fine al dominio bizantino e Siracusa fu saccheggiata (878). Ritornato l’ordine, gli ebrei pur gravati da balzelli, costituirono uno dei tre elementi fondamentali del potere socio-economico arabo lasciando tracce nella toponomastica e nell’onomastica, nel dialetto e nella ritualità dei gesti, nell’artigianato e nell’arte culinaria, definendo quell’identità siciliana perpetuata nelle tradizioni.

Nel 1086 i normanni batterono l’emiro di Siracusa e si insediarono in Sicilia, avviando l’era feudale. E, a questo periodo risale la notizia del cimitero ebraico. Si legge nel relativo atto (1188), che gli ebrei per ingrandire la loro metropoli presero in affitto un appezzamento di terreno di proprietà del vescovo di Cefalù. Fece da intermediario il priore della chiesa di Santa Lucia, a cui gli ebrei dovettero corrispondere ogni anno un cafiso d’olio per il suo intervento.

Intanto, per la propria incolumità  contro incursioni o attacchi provenienti dal mare, gli ebrei dalla terraferma si erano spostati in Ortigia, e avevano dato vita ad un loro quartiere, la Giudecca.

Al dominio normanno fece seguito nel XII secolo quello svevo con il suo eminente esponente, Federico II. Colui che tentò di unificare in un solo popolo sotto un solo governo laico, arabi, latini, ebrei.

Ma fu un’utopia, perchè lo stesso potere ecclesiastico, che aveva insediato normanni e svevi, con sanguinosi scontri fece sedere sul trono di Sicilia gli angioini, preferendo dopo pochi anni con pianificate lotte, gli spagnoli avendo più garanzie  sulla sua egemonia sull’isola.

Sotto il regno svevo  molti dotti ebrei ricoprirono ruoli di prestigio scientifico, politico e finanziario, non soltanto in Sicilia, anche nella Spagna e in diversi Stati italiani. E durante il periodo medievale, diversi pontefici si fecero curare da medici ebrei.

Eppure, nonostante il notevole contributo, che gli ebrei davano allo sviluppo civile e all’economia, per fanatismo religioso dovuto alle prediche e all’ignoranza degli indottrinati, ma in realtà per l’avidità di possesso del loro denaro e delle loro proprietà  da parte di chi favoriva l’ignominiosa situazione, sotto la dominazione spagnola subirono dure persecuzioni. Tant’è, che più volte, intervennero a loro difesa le stesse autorità regie.

In una annotazione sul memoriale “Meghillà di Siracusa” indirizzata al re di Spagna dai funzionari

dell’amministrazione locale, si legge che gli ebrei erano costituiti da 5000 uomini tutti dotti e saggi, capi d’Israele, oltre i loro giovani e ragazze e figli e bambini; che vi erano 22 comunità sante, sinagoghe costruite con pietra di taglio e pilastri di marmo. In esso sono elencati 25 medici e nomi di scienziati e letterati come Isacco di Salomon Alhadev, Isacco di Elia Coen.

Malgrado l’evidenza, i rapporti tra gli ebrei e le autorità ecclesiastiche precipitarono tanto che i cittadini uniformatisi all’insegnamento dei domenicani, fortemente antisionisti, ritenevano meritevole inveire, maltrattare gli ebrei fino allo spargimento di sangue.  Fatti simili avvennero egualmente nelle 50 comunità della Sicilia, fra cui sono annoverati secondo gli studi e i resti dei loro edifici religiosi quelle di Palermo, di Siracusa, Priolo, Noto, di Agrigento, Bivona, Caltabellotta, Sciacca, di Trapani, Marsala, di Caltagirone, Modica, Ragusa, di Catania, Terracina, Palizzi, Cefalù, Naro, Monte S. Giuliano, Cammarata (oggi Gela), Agira (provincia di Enna), suolo natio dello storico greco Diodoro Siculo, dove trovasi un’arca santa (Haron Ha Kodesh) in pietra locale, custodia dei Sefer Torah, le scritture che costituiscono la legge eterna data a Mosè sul monte Sinai . Arca, che è sistemata all’interno della Chiesa della Collegiata del San Salvatore, mentre i ruderi di un oratorio, appartenuto alla confraternita di Santa Croce, confermano che esso era sorto sulla sinagoga della comunità giudaica del luogo.

Con la scusa di porre rimedio alle violenze e agli eccidi, il cattolicissimo re Ferdinando di Spagna, pur sapendo il grave danno che ne sarebbe derivato all’economia, e dovendo obbedire alle pressioni del soglio papale, emanò il 31 marzo 1492 l’infame editto di espulsione degli ebrei dalle terre sotto la sua giurisdizione.

I beni degli ebrei furono confiscati, chi voleva andarsene doveva pagare una ingente somma e doveva portare con sé soltanto il denaro per il viaggio, e a forti restrizioni finanziarie furono sottoposti anche quelli che erano invitati a convertirsi.

Nonostante tanta crudeltà, a motivo della crisi economica che attagliava la gente, richiamarono più volte gli ebrei a rientrare. Ma il loro ingannevole appello, come evidenziano le leggi del tempo, ebbe in risposta il silenzio. Con gli ebrei scomparve l’aspetto culturale e civile della Sicilia.

Le fortificazioni sul mare del 1500 attorno ad Ortigia, il quartiere storico di Siracusa, coprirono il cimitero ebraico e molte lapidi furono usate come materiale edile.

Alla fine del XIX secolo sotto il Regno d’Italia, le fortificazioni furono abbattute e nel punto dove l’isoletta è contigua alla terraferma, chiamata Borgata, furono scoperte 12 lapidi. Altre 10 nel 1962 durante il dragaggio del porto piccolo. Ogni lapide portava l’anno secondo il calendario luni-solare degli ebrei e il nome del defunto assieme a quello del padre per potere ricostruire la propria genealogia, a cui questo popolo ha dato grande valore religioso. Alcune di esse furono conservate nel Museo Bellomo e nelle catacombe di Vigna Cassia.

Ancora oggi, andando per le strade e i vicoli di Ortigia, possiamo ritrovare i segni dei nostri antenati ebrei,  la stella di Davide sulla trifora di Palazzo Mergulese-Montalto; lungo la via della Giudecca, dove la Chiesa di San.Filippo è stata edificata, secondo la tradizione orale, su una delle più ampie sinagoghe e sotto la quale si trovano sorgenti d’acqua; come pure sotto Palazzo Daniele in via Alagona, dove sono ben visibili le vasche per il rituale mikvè. Altre chiese furono erette nell’area dell’antico ghetto su sinagoghe, quella di San Giovanni Battista e di San Giovannello.

Le mutate realtà politico-sociali e civili dell’Italia illuministica e risorgimentale, portarono ad un diverso atteggiamento e rapporto con gli ebrei con l’abolizione dei ghetti e la loro integrazione

nel tessuto sociale del luogo di residenza.

Ma, nel XX secolo il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, sconvolsero la quiete degli ebrei sempre per quel  vecchio secolare motivo, camuffato questa volta da fanatismo razziale, che imbarbarì le nazioni, il mondo, con lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nel 1938 a seguito della emanazione delle leggi razziali, gli ebrei furono espulsi dall’insegnamento nelle scuole e nelle università, dai pubblici uffici, dalle professioni, dalle sedi giornalistiche. Furono confiscati i loro beni, il loro denaro, le proprietà. Furono perseguitati, imprigionati, deportati in làger di sterminio, torturati, assassinati in massa  nelle camere a gas, usati per esperimenti di inaudita barbarie.

Quelli che poterono sfuggire alle persecuzioni, con l’aiuto di persone che rischiarono la loro vita per salvarli, ripararono nei Paesi liberi dell’Europa, s’imbarcarono verso l’Oriente, il nord Africa o

verso gli Stati Uniti d’America, dove hanno proliferato le più grosse comunità ebraiche.

A Siracusa, dove era attivo il collegamento con Tripoli, il controllo passaporti secondo gli ordini governativi, doveva essere più attento verso i passeggeri che avevano un cognome rispondente al nome di una città. Stragemma, a cui erano ricorsi gli ebrei come ad altri per sfuggire ai segugi, alla pazzia del momento E scoperti, dovevano subito essere consegnati alla polizia tedesca.

Ma, a Siracusa come ebbe a raccontarmi mio padre, addetto al controllo passaporti assieme ad un collega, prevalse l’umanità fino a quando il nucleo tedesco di stanza nell’allora Palazzo delle Poste per controllare la posta in partenza e in arrivo, e i comunicati per telegrafo e radiofonici, non decise di affiancare agli italiani “deboli”, i loro uomini.

E un giorno, come ebbe amaramente a ricordare mio padre, i tedeschi fermarono un uomo col  cognome di città  perché erano saliti a bordo nel momento in cui il passeggero stava per imboccare il corridoio d’entrata sul piroscafo. Lo fecero scendere e postolo in mezzo a loro, li vide allontanare sul lastricato della Capitaneria, scosso da una profonda commozione e rabbia.

Da quel giorno, i tedeschi prevaricarono il nostro posto e la nostra funzione. E con queste parole mio padre concluse il suo racconto. 

La fine della seconda guerra mondiale nel 1945 e del nazifascismo, che aveva mietuto milioni di vite, gli ebrei scampati all’olocausto furono fatti rientrare nella loro patria d’origine, mentre quelli riparati all’estero, rafforzando il movimento sionista, contribuivano all’immigrazione verso la loro terra, Israele. Nel 1980 Gerusalemme fu riconosciuta capitale dello Stato d’Israele intero e unificato.

Nel contempo il concordato tra lo Stato italiano e il Vaticano ha permesso assieme alla Comunità Israelita, costituita nel nostro paese, di risolvere il problema della tutela e della conservazione del patrimonio storico, artistico, bibliografico dell’Ebraismo in Italia, di impedire l’esodo degli oggetti di grandissimo valore, di fare conoscere nel panorama della cultura italiana la storia di questo straordinario popolo a cui è legata la storia religiosa, il progresso civile di tanti popoli, della Sicilia, di Siracusa.

In quest’ottica, per decisione internazionale,  viene celebrata ogni anno la “Giornata Mondiale dell’Ebraismo”. E, a perenne monito, perché l’uomo di oggi non ripeta gli errori e gli orrori del passato, ma usi la saggezza, acquista  “un cuore intelligente” per governare in giustizia il popolo, come chiese Salomone  all’Eterno pregando nel Tempio a Gabaon, viene celebrata la “Giornata della Memoria”.

Giornata, che coinvolge scuole, associazioni culturali, la società tutta per raggiungere un unico obiettivo:  la formazione di una coscienza al rispetto della sacralità della vita, e alla scelta di azioni responsabili da parte degli individui e dei governi, ai fini di  una pacifica e laboriosa convivenza fra i cittadini di una stessa nazione e le altre.

 

                                                                  Giovanna Marino  

 


 


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Sito aggiornato al: 12 aprile, 2012
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